L’uva da vino è un prodotto tecnico, utile e funzionale a un progetto enologico. È da qui che parte tutto il lavoro di Angelo Bagorda, enologo pugliese che da molti anni ha improntato la sua professione sull’osservazione delle viti in campo e sul tentativo continuo di tradurre, attraverso specifiche azioni agronomiche, le richieste delle cantine a cui presta la sua consulenza, così come le necessità direttamente collegate alla direzione che ogni azienda vuole intraprendere nella realizzazione delle proprie referenze enologiche.

Angelo si occupa della produzione di grappoli e di acini che racchiudono una missione, una tradizione e un territorio e, passeggiando in vigna, immagina le sensazioni del calice di vino che da esse prenderà vita.
«Sono sempre più convinto che la passione per il mondo viticolo sia nata con me – rivela –, probabilmente inscritta nel mio DNA alternata ai nucleotidi classici. Mi piace descriverla così perché provengo da una famiglia di agricoltori e vignaioli e questo ha impregnato di vigna tutta la mia infanzia e adolescenza, trasmettendomi una cultura del lavoro etico e appassionato. Fondamentale, per la mia curiosità mai doma, è stata la facoltà di Viticultura ed enologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, mentre una tappa decisiva nella formazione dell’uomo che sono oggi è l’incontro con mia moglie Vanessa: lei, prima di chiunque altro, ha notato la mia sensibilità nella gestione delle piante e la capacità di fare gruppo e creare unione, facendo cooperare al meglio più persone. Dal punto di vista professionale, invece, il passo doppio tra cantina e vigneto mi ha spinto a farlo l’enologa Graziana Grassini durante la mia prima esperienza lavorativa, presso la Cantina Alberto Longo Vini di Lucera, in provincia di Foggia».
È lì che ha approcciato per la prima volta con l’ambiente di cantina?
«Sì, nel 2010, e sono stato davvero fortunato: ho avuto accanto compagni di viaggio appassionati quanto e più di me, con i quali si è instaurato fin da subito un clima incredibile, che ha favorito la formazione di una squadra pronta a imparare e a migliorare e che mai un giorno ha guardato all’orario di lavoro. Graziana, in noi, individuò tele bianche sulle quali iniziare a lasciare tratti e segni indelebili. All’epoca, dalle chiacchierate con il consulente agronomico Enzo Corazzina cercavo di apprendere anche le virgole e prestavo grande attenzione ai racconti che parlavano di una viticoltura moderna, puntuale e vocata alla qualità delle uve. Il proprietario, Alberto Longo, e l’allora direttore Michele Digregorio avevano accorpato un gruppo di persone che, in modo estremamente rapido, avevano raccolto il messaggio di qualità e provavano a trasformarlo in vino. Ho lavorato sia per cantine e aziende agricole che, per quasi quattro anni, come agente di commercio di prodotti enologici: un’esperienza che ha comunque allargato il mio interesse scientifico e ha decuplicato la mia area network, costituita da relazioni lavorative fondate su rispetto reciproco e stima. Il salto definitivo, ancora una volta, lo devo a Graziana Grassini, che mi chiese di collaborare con lei, con mansioni di agronomo, per una prestigiosa azienda pugliese per la quale lavorava come enologa, l’Agricola Vallone. Terminata questa collaborazione, dopo qualche anno, ho scoperto che il mio lavoro era apprezzato e molto considerato anche da altri».
Quali sono state le sfide più appassionanti che ha incontrato lungo il suo percorso?
«La sfida che maggiormente mi entusiasma è la transizione delle aziende dalla produzione convenzionale o integrata a quella biologica. Il fattore appassionante è legato ai cambiamenti che, nel corso degli anni di transizione, il vigneto e il suolo mostrano, soprattutto in termini di quantità di natura che si riappropria degli spazi sottoforma di vita microbiologica. È elettrizzante cercare soluzioni alternative ed efficaci di difesa o di nutrizione; mi piace tentare tecniche che vengono adottate su altre colture o che provengono da altre filiere e si dimostrano efficaci. Quello che mi diverte del mio lavoro, tuttavia, è anche la parte formativa, ovvero trasferire il pensiero e il progetto di un vino in azioni legate a macchine, forbici, mani. In quel lasso di tempo c’è un percorso di conoscenza personale, limatura di linguaggio, comprensione di un gergo talvolta sconosciuto, storie dure di campagna… Ho modificato molto il mio approccio, che è passato da una volontà di imposizione – poco fruttuosa e facilmente criticabile – a una concertazione di azioni e, spesso, anche di metodo. Ormai preferisco arrivare al “cambiamento condiviso”: operazione più facile a dirsi che a farsi, perché si tratta, comunque, di una rottura con il passato, anche se attraverso un comune obiettivo, che è il concetto di cura. Quello che unisce me, le operatrici e gli operatori sono le nostre radici contadine: in esse ci riconosciamo e riusciamo ad apportare tanti piccoli cambiamenti ogni anno, verso l’obiettivo enologico. Moltissime intuizioni, azioni o escamotage trovati in campo sono derivati da incontri e colloqui con le mie operaie e i miei operai e da un dialogo prettamente orizzontale, di vera, sincera e schietta condivisione».
Potrebbe essere definito un suo punto di forza, questo?
«Nel corso degli anni credo di aver imparato a lavorare con i miei operatori sviluppando un linguaggio verbale e corporeo tale da permettere a ognuno di esprimere la propria opinione liberamente: questo è un enorme vantaggio per le aziende, in grado di fruire di svariati punti di vista che trasformano un problema in un’occasione di cambiamento. L’approccio compartecipato nelle scelte pratiche, seppur laborioso e faticoso, mi permette di condividere anche le critiche, che diventano spunti di miglioramento non lasciando spazio a pettegolezzi o accuse dirette. Tra i miei punti forza c’è sicuramente anche la curiosità verso il nuovo, come le tecnologie per l’agricoltura di precisione o gli studi e le ricerche di Enti scientifici italiani e non. Ripeto sempre una frase alle persone che mi circondano, ovvero “Io mi fido delle piante perché ti rispondono sempre con sincerità”, e questo mantra risuona ogni volta che decidiamo di cambiare qualcosa in campo».